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Fu il primo pentito di mafia: beatificare Leonardo Vitale
 

«Mi pento affinché i boss si convertano» In due lettere inedite la scelta profonda di Leonardo Vitale primo pentito di mafia DA PALERMO ALESSANDRA TURRISI Chi siamo noi, miserabili uomini, che ci arroghiamo il diritto di giustiziare dei nostri simili, nostri fratelli, di sostituirci a Dio onnipotente nel dare la morte? Pazzi, solo dei pazzi». Leonardo Vitale, primo pentito di mafia che ebbe il coraggio di denunciare i vertici di Cosa nostra senza essere creduto, anzi sempre bollato come malato di mente, visse una vera e profonda conversione religiosa, maturata nelle celle dei manicomi criminali di mezza Italia. Una conversione pagata con la vita. Lo rivelano le due lettere scritte dal carcere alla mamma Rosalia e alla sorella Maria, custodite gelosamente da un religioso che ha sempre seguito spiritualmente le due donne e che vengono mostrate adesso per la prima volta. Le altre sono in possesso della sorella, che dopo l’omicidio del fratello e la morte della madre scelse la vita claustrale. Una scelta, quella di divulgare il contenuto di quelle lettere, che il religioso ha maturato dopo aver letto sul Giornale di Sicilia la proposta di un cugino del pentito, Francesco Paolo Vitale, dell’opportunità di avviare la raccolta di tutti i materiali, le testimonianze, gli scritti, per portare avanti la causa di beatificazione di Leonardo Vitale. Una provocazione che mira a rivalutare la figura di Vitale nella storia della lotta a Cosa nostra, riscoperta recentemente grazie al romanzo di Salvatore Parlagreco “L’uomo di vetro”, da cui è stato tratto l’omonimo film pluripremiato diretto da Stefano Incerti. Senza indicare luogo né data, Leonardo Vitale dedica alla mamma e alla sorella quattro paginette di quaderno per ogni lettera, zeppe di riflessioni, di pentimento, di speranza, di fede. «Mamma, ho sentito che hanno arrestato molte persone di cui io avevo fatto il nome, indicandole come appartenenti alla mafia, fra questi c’è anche lo zio Titta» scrive, indicando l’uomo che lo aveva iniziato «al delitto, ad associarlo alla famiglia mafiosa di Altarello-Baida, a sottoporlo alle prove più crudeli, a farne un uomo», racconta Parlagreco nel suo libro. «L’ho fatto e intendo andare fino in fondo – continua Vitale, probabilmente mentre è recluso negli anni Settanta nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto- . Tutti gli uomini che agiscono nel bene mi comprenderanno, io intendo aiutare la legge e la giustizia a stroncare questo cancro che infesta la nostra terra e così nello stesso tempo dare la possibilità a tutte queste anime di entrare nella grazia di Dio col pentimento dei nostri peccati». E con la forza di una fede donata dallo Spirito Santo, «solo così mi spiego il mio cambiamento da quando sono qui dentro», Vitale cerca di spiegare alla sua famiglia l’orrore di vivere dentro Cosa nostra e obbedire alle sue leggi. «Mamma, Maria, ma capite cosa fa la mafia, avete idea di tutti i crimini che commette solo per raggiungere lo scopo di guadagnare soldi, il vile denaro... Perché non le ho capite prima tutte queste cose, perché mai mi sono allontanato da Dio, da questo Dio buono è giusto che è ancora disposto a perdonarci e metterci sotto la sua protezione, purché sinceramente pentiti dei nostri peccati». È un “convertitevi” ante litteram, vent’anni prima che Rosaria Schifani dall’ambone di San Domenico invocasse il suo doloroso “inginocchiatevi”, vent’anni prima che Giovanni Paolo II nella Valle dei templi gridasse il suo anatema. Una consapevolezza di cui la madre e la sorella sono sempre state certe, unica consolazione al loro dolore. «Sento ogni giorno di più – rivela Leonardo Vitale – di andare acquisendo la mia libertà, quella libertà interiore che non ho mai conosciuta...Mamma io posso dire di essere rinato». Edizione del 29 Settembre 2007 Estratto da pag. 11 UOMINI D’ONORE Religiosità e affiliazioni criminali: binomio impossibile Non ci sono altarini nel suo curriculum di uomo d’onore, né Bibbie sottolineate, né testi di teologia ammonticchiati sul comodino, solo una speranza di salvezza eterna, una consapevolezza che la mafia e il Vangelo non sono conciliabili. La fede di Leonardo Vitale appare lontano anni luce da quella superstiziosa entrata nel clichè del boss siciliano, uomo feroce con la croce al collo e le immagini dei santi nel portafogli. Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra, nel suo rifugio di Montagna dei Cavalli, teneva una Bibbia aperta sul cuscino, altre quattro sul comodino, sottolineate in più punti con un penna rossa, e una corona di Rosario vicino al letto. Riferimenti religiosi molto concreti ci sono anche nel tradizionale rito di affiliazione a Cosa nostra, quando il nuovo uomo d’onore si sottopone alla “punciuta” del dito, da cui sgorga una goccia di sangue che viene versato su un’immaginetta poi bruciata. E un continuo legame formale con la religiosità si nota nella biografia di capimafia. Grande stupore destò la notizia che Pietro Aglieri, detto “u signurino”, avesse nel suo covo addirittura una cappella con tanto di statua di San Francesco, ceri votivi e inginocchiatoi. (A.Tur.)